“La Restanza” di Vito Teti

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Antonella Tarpino

“La restanza” di Vito Teti (Einaudi 2022) spiega l’importanza di viaggiare da fermi, del senso di una scelta, inquieta, quella di continuare a vivere nei propri luoghi anche se divenuti invisibili, caduti ai margini.

Pochi come gli antropologi di oggi sanno parlarci dell’importanza di viaggiare da fermi, del senso di una scelta, inquieta, quella di continuare a vivere nei propri luoghi anche se divenuti invisibili, caduti ai margini (come è il caso di Vito Teti in La restanza, Einaudi 2022). Di raccontare, di spiegare ai rimasti e forse, prima di ogni cosa, al «se stesso rimasto» dissidi, e convinzioni. Così da trasformare il rapporto stesso dell’antropologo con l’“altrove” mediante un’opera di de-familiarizzazione del proprio contesto:

“Amo i miei luoghi e, a volte, odio restarvi e vorrei disseminarmi in tutti i luoghi del mondo – confessa Teti parafrasando la celebre frase di Lévi-Strauss – avverto spesso la frustrazione del restare per cambiare un mondo che non sembra voler cambiare, che anzi sembra scomparire e morire giorno dopo giorno ed ecco che mi accingo a raccontare il senso, il disagio, la bellezza, di vivere nel luogo da cui osservo il mondo”.

 Eppure il restare oggi, a fronte delle migrazioni infinite che ridisegnano il mondo, si configura non più come accettazione di un destino, ma come volontà, come scelta, quasi sempre lacerante, dolorosa. Chi resta, gli ultimi guardiani degli abitati in abbandono, mostrano a Teti antropologo, “in diaspora” con se stesso, il senso di un obbligo morale di non abbandonare il luogo natio, di non lasciarlo morire in solitudine, di vegliarlo, come si fa per una persona cara. Sapevano tutti di essere gli ultimi abitanti – racconta – ma in cuor loro speravano che qualcuno potesse tornare da fuori, o magari arrivare da un altrove, e con questa idea si impegnavano per lasciare segni, tracce, memorie a uso degli abitanti del futuro organizzando le loro case come tanti musei della memoria, come musei della restanza, quasi da quel piccolo tesoro discendesse davvero una possibilità futura per l’abitato.

Perché, è vero, noi siamo costitutivamente i luoghi in cui siamo nati, siamo i luoghi che abbiamo abitato; siamo i luoghi sognati e desiderati e siamo anche i luoghi da cui siamo fuggiti e che a volte abbiamo odiato, per urgenza d’esistere al di fuori e al di là del perimetro noto. Però – osserva in un passaggio cruciale – ogni luogo non è solo articolazione spaziale, ma anche dimensione della mente, organizzazione simbolica di tempo, memoria e oblio. Ecco che il luogo “antropologico” è tale in quanto abitato, umanizzato, riconosciuto, periodicamente rifondato, dalle persone che ne se ne sentono parte.

Così il termine stesso di Restanza negli ultimi anni ha conosciuto una notevole fortuna, tanto più con l’ambivalenza semantica e concettuale maturata, la fecondità dei contrasti. Il termine indica la scelta di restare vissuta non più come immobilismo e rinuncia, ma come un modo di opporsi allo svuotamento dei paesi, alle difficoltà delle aree interne, al vuoto delle montagne e, per tanti versi, al vuoto delle periferie controbilanciando la forza inerziale del fatalismo con la capacità di guardare e riconsiderare il passato secondo inedite prospettive di riscrittura del presente. Di guardare il centro dalla periferia, di ri-partire dai margini, dai luoghi apparentemente persi alla vita.

Perché oggi restare ha un segno del tutto diverso, e i paesi possono diventare luogo di una possibile futuro, forse più di altri luoghi finiti sotto il peso non delle rovine ma delle macerie (penso alle periferie delle metropoli industriali) ma ciò a condizione che siano immaginati in maniera nuova, che si affermino in quei vuoti modelli di sviluppo differenti, mutamenti di stile di vita, usi adeguati delle risorse, un rinnovato rispetto del territorio.

Si tratta di pratiche e scelte di vita tese a costruire  – continua Teti – una nuova polis, un nuovo modo di abitare e organizzare spazi, economie, relazioni. Occorrono pensieri nuovi e «opere che saranno necessarie sia per rilanciare il valore d’uso – culturale, ricreativo, turistico – di certi patrimoni pubblici e privati, sia per rendere possibili le economie dei soggetti che sceglieranno di frequentare, manutenere e rendere produttivi quei territori senza necessariamente risiedervi stabilmente. In altre parole, che sceglieranno di “riabitarli” in modo nuovo».

In primis  – e qui si riferisce al lavoro di Mimmo Cersosimo –  tornando a riconsiderare il welfare come un investimento, e liberandosi, al contrario, dalla trappola dei bisogni, instaurando comunità di apprendimento che vedano al centro un ripensamento del ruolo e delle funzioni socializzanti e di produzione di saperi. La cultura allora va intesa come diritto di cittadinanza, nel senso più esteso del termine, deve diventare motore di aggregazione civica per rigenerare le aree, dare nuovo valore d’uso agli spazi – siano essi baite abbandonate o interi borghi – che hanno perso tutto il loro valore commerciale, e produrre nuove opportunità di lavoro. Per riconsiderare i guasti delle disuguaglianze territoriali e sociali, per riequilibrare le infrastrutture della cittadinanza locale, per rilegare economia e società, bisogni e lavoro.

Rigenerare i paesi vuol dire fondare nuove Comunità. I paesi non si rigenerano con gli slogan. Non basta ristrutturare qualche casa per invertire dinamiche di infragilimento umano e di rarefazione dei servizi di prossimità spesso oltre la soglia dell’irrimediabilità. Riabitare significa ricostruire comunità, vale a dire creare le condizioni essenziali per consentire di rimanere a chi vuol restare, per favorire il ritorno di chi vuole tornare, per accogliere chi ha maturato la scelta della vita da paese.

Perfino chi resta – questo è l’ammonimento – non resta fino in fondo e fatica a comprenderlo. Se invece lo stesso ritorno è il paese da inventare, allora quel che resta è un universo mobile, dinamico, che può essere riscritto nella sua feconda inquietudine “mitica”. Serve ascoltarlo, riguardarlo, prendersene cura, nominarlo. 

Articolo pubblicato su huffingtonpost.it del 3 Maggio 2022