Un etnografo nel suo paese

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ANIME DI LUOGHI
di Vito Teti

Il testo qui pubblicato è la lectio magistralis tenuta durante il primo Convegno nazionale “Da borghi abbandonati a borghi ritrovati” – organizzato dall’Associazione ‘9cento a Pistoia nell’ottobre 2018 e insignito della “Medaglia del Presidente della Repubblica Italiana”.
Esso conserva, volutamente, i toni spontanei del parlato di fronte a un uditorio di amici studiosi e ricercatori.

Così Pietro Clemente nella sua Introduzione alla sessione in cui ero impegnato così precisava:

Questo incontro è cominciato già stamattina con una forte attenzione e anche con competenza delle Istituzioni sulle problematiche che noi stiamo discutendo in questi giorni. Questa sessione, seguendo il copione del convegno, ha come titolo questa domanda: “Da dove partiamo per arrivare fin qui?”. Il primo ciclo di interventi è dedicato all’abbandono dei centri minori ed è una sorta di introduzione. Ecco, questa introduzione è affidata soprattutto al primo intervento di Vito Teti che abbiamo chiamato “Lectio magistralis” perché in qualche modo Vito è un maestro dell’antropologia del restare, della restanza, termine che ha coniato Vito dall’interno del suo mondo perché Vito è uno che è restato, quindi vive a San Nicola Da Crissa, un piccolo paese della provincia di Vibo Valentia, e si muove nello spazio calabrese, dentro una storia di famiglia che lo porta ad aver avuto i genitori e i parenti in Canada, le storie dei ritorni, a vivere le estati con questo pieno di persone che vengono per le vacanze così come durante i periodi dei pellegrinaggi e poi vederli scomparire e così via. E poi, diciamo, è un antropologo dall’interno del mondo delle migrazioni e del restare. Al di là della fratellanza che accomuna gli antropologi non sempre e non tutti ma nel nostro caso sì, abbiamo incontrato Vito Teti all’interno di un progetto, quello dei Piccoli Paesi che è venuto dopo un altro progetto, quello chiamato la Rete del Ritorno, che nasceva dall’incontro fra la Fondazione Nuto Revelli con l’Università della Calabria e che era dedicata proprio al tema dei piccoli paesi e dello spopolamento. Ecco quindi che Vito per tutte queste ragioni e per i libri che ha scritto che sono ricchi di esperienza personale, di poesia, ma anche di riflessione teorica-antropologica era la persona più adatta per questa introduzione e gli siamo davvero grati anche perché, lasciando, per queste due giornate, difficili e profonde ragioni familiari che lo tengono legato molto al suo paese, ha accettato di aprire questo incontro

Clicca qui per scaricare l’intervento.

“La Restanza” di Vito Teti

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Antonella Tarpino

“La restanza” di Vito Teti (Einaudi 2022) spiega l’importanza di viaggiare da fermi, del senso di una scelta, inquieta, quella di continuare a vivere nei propri luoghi anche se divenuti invisibili, caduti ai margini.

Pochi come gli antropologi di oggi sanno parlarci dell’importanza di viaggiare da fermi, del senso di una scelta, inquieta, quella di continuare a vivere nei propri luoghi anche se divenuti invisibili, caduti ai margini (come è il caso di Vito Teti in La restanza, Einaudi 2022). Di raccontare, di spiegare ai rimasti e forse, prima di ogni cosa, al «se stesso rimasto» dissidi, e convinzioni. Così da trasformare il rapporto stesso dell’antropologo con l’“altrove” mediante un’opera di de-familiarizzazione del proprio contesto:

“Amo i miei luoghi e, a volte, odio restarvi e vorrei disseminarmi in tutti i luoghi del mondo – confessa Teti parafrasando la celebre frase di Lévi-Strauss – avverto spesso la frustrazione del restare per cambiare un mondo che non sembra voler cambiare, che anzi sembra scomparire e morire giorno dopo giorno ed ecco che mi accingo a raccontare il senso, il disagio, la bellezza, di vivere nel luogo da cui osservo il mondo”.

 Eppure il restare oggi, a fronte delle migrazioni infinite che ridisegnano il mondo, si configura non più come accettazione di un destino, ma come volontà, come scelta, quasi sempre lacerante, dolorosa. Chi resta, gli ultimi guardiani degli abitati in abbandono, mostrano a Teti antropologo, “in diaspora” con se stesso, il senso di un obbligo morale di non abbandonare il luogo natio, di non lasciarlo morire in solitudine, di vegliarlo, come si fa per una persona cara. Sapevano tutti di essere gli ultimi abitanti – racconta – ma in cuor loro speravano che qualcuno potesse tornare da fuori, o magari arrivare da un altrove, e con questa idea si impegnavano per lasciare segni, tracce, memorie a uso degli abitanti del futuro organizzando le loro case come tanti musei della memoria, come musei della restanza, quasi da quel piccolo tesoro discendesse davvero una possibilità futura per l’abitato.

Perché, è vero, noi siamo costitutivamente i luoghi in cui siamo nati, siamo i luoghi che abbiamo abitato; siamo i luoghi sognati e desiderati e siamo anche i luoghi da cui siamo fuggiti e che a volte abbiamo odiato, per urgenza d’esistere al di fuori e al di là del perimetro noto. Però – osserva in un passaggio cruciale – ogni luogo non è solo articolazione spaziale, ma anche dimensione della mente, organizzazione simbolica di tempo, memoria e oblio. Ecco che il luogo “antropologico” è tale in quanto abitato, umanizzato, riconosciuto, periodicamente rifondato, dalle persone che ne se ne sentono parte.

Così il termine stesso di Restanza negli ultimi anni ha conosciuto una notevole fortuna, tanto più con l’ambivalenza semantica e concettuale maturata, la fecondità dei contrasti. Il termine indica la scelta di restare vissuta non più come immobilismo e rinuncia, ma come un modo di opporsi allo svuotamento dei paesi, alle difficoltà delle aree interne, al vuoto delle montagne e, per tanti versi, al vuoto delle periferie controbilanciando la forza inerziale del fatalismo con la capacità di guardare e riconsiderare il passato secondo inedite prospettive di riscrittura del presente. Di guardare il centro dalla periferia, di ri-partire dai margini, dai luoghi apparentemente persi alla vita.

Perché oggi restare ha un segno del tutto diverso, e i paesi possono diventare luogo di una possibile futuro, forse più di altri luoghi finiti sotto il peso non delle rovine ma delle macerie (penso alle periferie delle metropoli industriali) ma ciò a condizione che siano immaginati in maniera nuova, che si affermino in quei vuoti modelli di sviluppo differenti, mutamenti di stile di vita, usi adeguati delle risorse, un rinnovato rispetto del territorio.

Si tratta di pratiche e scelte di vita tese a costruire  – continua Teti – una nuova polis, un nuovo modo di abitare e organizzare spazi, economie, relazioni. Occorrono pensieri nuovi e «opere che saranno necessarie sia per rilanciare il valore d’uso – culturale, ricreativo, turistico – di certi patrimoni pubblici e privati, sia per rendere possibili le economie dei soggetti che sceglieranno di frequentare, manutenere e rendere produttivi quei territori senza necessariamente risiedervi stabilmente. In altre parole, che sceglieranno di “riabitarli” in modo nuovo».

In primis  – e qui si riferisce al lavoro di Mimmo Cersosimo –  tornando a riconsiderare il welfare come un investimento, e liberandosi, al contrario, dalla trappola dei bisogni, instaurando comunità di apprendimento che vedano al centro un ripensamento del ruolo e delle funzioni socializzanti e di produzione di saperi. La cultura allora va intesa come diritto di cittadinanza, nel senso più esteso del termine, deve diventare motore di aggregazione civica per rigenerare le aree, dare nuovo valore d’uso agli spazi – siano essi baite abbandonate o interi borghi – che hanno perso tutto il loro valore commerciale, e produrre nuove opportunità di lavoro. Per riconsiderare i guasti delle disuguaglianze territoriali e sociali, per riequilibrare le infrastrutture della cittadinanza locale, per rilegare economia e società, bisogni e lavoro.

Rigenerare i paesi vuol dire fondare nuove Comunità. I paesi non si rigenerano con gli slogan. Non basta ristrutturare qualche casa per invertire dinamiche di infragilimento umano e di rarefazione dei servizi di prossimità spesso oltre la soglia dell’irrimediabilità. Riabitare significa ricostruire comunità, vale a dire creare le condizioni essenziali per consentire di rimanere a chi vuol restare, per favorire il ritorno di chi vuole tornare, per accogliere chi ha maturato la scelta della vita da paese.

Perfino chi resta – questo è l’ammonimento – non resta fino in fondo e fatica a comprenderlo. Se invece lo stesso ritorno è il paese da inventare, allora quel che resta è un universo mobile, dinamico, che può essere riscritto nella sua feconda inquietudine “mitica”. Serve ascoltarlo, riguardarlo, prendersene cura, nominarlo. 

Articolo pubblicato su huffingtonpost.it del 3 Maggio 2022

Vivere ai margini. I vuoti a perdere del paesaggio abbandonato.

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Antonella Tarpino

Dalla montagna alpina povera agli Appennini, alle zone interne l’Italia si scopre fortemente squilibrata. Tra aree che continuano a spopolarsi e periferie urbane cresciute a dismisura.


Il paesaggio in abbandono — dalla montagna alpina povera agli Appennini, alle zone interne — è particolarmente esteso in un Paese, l’Italia, fortemente squilibrato. Diviso com’è fra i “troppo vuoti” delle aree in spopolamento (più di seimila paesi sono del tutto spopolati e altrettanti contano meno di 5000 abitanti) e i “troppo pieni” delle periferie urbane cresciute a dismisura, nell’età dell’industrializzazione, e delle coste, oggetto di una incontinente speculazione. Un Paese che ha perso la sua forma, “spaesato” (a voler premere sulla s — oppositiva) se osservato nel disegno incoerente dei suoi insediamenti. Dove interi territori sono diventati per l’appunto vuoti a perdere, facendoci sentire, se incappiamo in qualcuno dei tanti borghi in disfacimento, spaesati, a nostra volta, disorientati, incapaci di collocare quelle visioni fantasmatiche nella nostra quotidianità.


E sono forse state proprio le macerie del presente, nel paesaggio urbano reso opaco nel corso degli anni proprio dai crescenti vuoti industriali e dalla loro spesso incerta riconversione, ad avermi fatto rivolgere uno sguardo nuovo sui tanti luoghi dell’abbandono relegati gradualmente ai margini dell’asse dello sviluppo. Ho alzato lo sguardo in alto verso le montagne, dove nell’epoca del boom intere comunità sono state trascinate in pianura a lavorare nelle fabbriche. E ora, che molte fabbriche, nel mondo postindustriale in cui viviamo, sono a loro volta abbandonate?
Uso un termine che ha a che fare con la vista, e non casualmente, perché il paesaggio è anzitutto sguardo e rivolgergli nuovi, mutati, sguardi significa puntarli, oltre la superficie, sulle sue forme segnate dal lavoro umano nel tempo: lì, dove sta il senso perduto di quei luoghi spopolati ma anche la speranza di un più lento, virtuoso, ricominciare. È allora che il paesaggio finisce per costituire, per le comunità che lo abitano, l’orizzonte entro il quale, per usare le parole del poeta Andrea Zanzotto, ci si «rende riconoscibili a se stessi»: è il venir meno di un linguaggio proprio infatti — così è successo per l’antica cultura della montagna — il farsi raccontare dagli altri, dallo sguardo dei turisti o degli investitori («il diventare invisibili a se stessi») la premessa dello spopolamento, dell’abbandono di intere aree.

Uno sguardo ancora denso di senso di quel paesaggio, come per Zanzotto, lo ritroviamo nelle parole di Pier Paolo Pasolini quando ricorda i muretti della sua infanzia («con la piccola porta ornata e l’archetto») che dividevano gli orti dai campi. E senza i quali — rifletteva — anche i palazzi più sontuosi o le cattedrali finivano sospese in un vuoto di incomprensibilità.
È vero allora che recuperare quello sguardo vuole dire cambiare prospettiva, rovesciare i parametri stessi per raccontare quel paesaggio, dando un nuovo significato alle parole che sono state usate per definirlo: margini, limiti, confini, senza dimenticare poli quali centro/periferia quando il centro nello spazio globale si è del tutto relativizzato. Si tratta, in sostanza, di rinunciare al lessico attardato di queste che io chiamo «geografie negative». E di far sì che parole come “limite”, da termine di origine militare (il “limes”) riscopra la sua natura di avvertimento, di superamento di una soglia — mutandosi da ostacolo in valore — fino a farci sentire responsabili della sopravvivenza di un pianeta minacciato da rischi ecologici e climatici. Perché se si vuole salvaguardare i luoghi dalla furia anonima dei flussi e dagli sconquassi del globale, che come un’onda di piena rischia di travolgerli, occorrerà quotare a valore un nuovo sentire.
Non ultimo anche la parola ritorno ai luoghi del margine e dell’abbandono (sempre più numerosi gli esempi, dalle borgate alpine, alle cascine nel cuore di Milano, ai borghi della Sardegna) ha a che fare con la «rivoluzione dello sguardo» perché il ritorno va inteso non come un movimento all’indietro semmai una sperimentazione in avanti. Il ritorno è allora il lavoro di uno sguardo non nostalgico, come mostra la stessa etimologia del termine, che viene, l’ho ripreso dal dizionario di De Mauro, da “girare il tornio” per contaminare saperi sperimentati nel tempo e nello spazio locale con innovazioni di ordine culturale e tecnico (è il caso, in particolare, delle Associazioni fondiarie in campo agropastorale). Un lavoro, questo è lo spirito del ritorno, non sul come eravamo ma su che cosa, tornando, vogliamo diventare.
Per queste ragioni ripensare al significato delle parole che usiamo per raccontare il paesaggio non è un gioco astratto ma una propedeutica essenziale ai processi di “ritorno” ai paesaggi dei margini perché senza esperienze di ripopolamento della montagna e del mondo rurale, gli stessi termini di cura e tutela del patrimonio paesaggistico (e anche artistico) finiscono col perdere di significato.
Riflessioni, queste, tanto più necessarie nel momento in cui si ragiona sui flussi innescati da Pnrr, occasione da non sprecare focalizzandosi solo sui grandi attori centrali (le aree metropolitane, le grandi opere, i centri di consumo di ambiente e di territorio) poco compatibili con l’idea di sostenibilità e, per l’appunto, di limite.

Articolo pubblicato da repubblica.it del 16 Febbraio 22

Il bosco che avanza

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Articolo tratto da Dialoghi Mediterranei n.22, Maggio 2022

di Settimio Adriani

«Il bosco che avanza» è la scritta posta sulla gigantografia affissa dalla Pro Loco di Fiamignano sulla parete di un edificio (disabitato!) nei pressi della piazza, di fronte all’unico bar del paese, nel luogo in cui i pochi abitanti residui e i frequentatori domenicali si incontrano e passano il tempo, dove “si fa la piazza”: «Vado a fare un po’ di piazza», si dice dalle nostre parti uscendo di casa per raggiungere gli altri e intrattenersi con loro. La piazza non è un luogo, non c’è in sé, la fanno le persone con le loro relazioni, finché ci saranno, dopo resterà soltanto un luogo senza vita, allora sarà uno slargo, non una piazza.

Quale senso può avere l’affissione di un’immagine in bianco e nero risalente a una cinquantina di anni fa e raffigurante il monte completamente brullo alle spalle del paese? Che significato ha la freccia colorata che orienta lo sguardo dell’osservatore proprio su quell’altura, oggi quasi totalmente boscata?

Una lettura superficiale e limitata all’evidenza rischia di rivelare la banale narrazione della vegetazione in netta fase di espansione a totale vantaggio dell’equilibrio ecosistemico e, in definitiva, di una condizione ambientale complessivamente in deciso miglioramento. Tutto ciò è certamente vero, seppure soltanto per alcuni aspetti. Infatti, come si avrà modo di ravvisare più avanti, il ragionamento non tiene conto di tutte le componenti dell’ecosistema.

La grande foto, datata 1967, raffigura lo scorcio che si può osservare nella fisionomia attuale proprio dal luogo in cui l’immagine è collocata. Poco più di cinquant’anni fa, quel monte era completamente spoglio e mostrava ovunque la roccia nuda con qualche cespuglio striminzito qua e là, nulla di più. Tuttavia, «Il bosco che avanza» non è l’orgoglioso slogan di una visione ecologista della dinamica in atto, ma è piuttosto un chiaro segno della modernità e dello spopolamento.

L’altura, totalmente demaniale, ha dato lungamente da vivere anche a chi non aveva di suo: il pascolo delle capre e la consuetudine al femminile del “fascittu”, ovverosia la raccolta quotidiana delle sterpaglie portate a casa per cucinare.Insomma, nel tempo la montagna si è donata completamente alla comunità, spogliandosi di tutto il suo povero e unico avere, la vegetazione. Poi sopraggiunse la sacrosanta frenesia di rincorrere il benessere, e soprattutto il volerlo garantire ai figli. Novità che modificò gli equilibri fino ad allora rimasti più o meno immutati per secoli, e si andò via, in tanti, troppi.

Se tutto ciò è ormai tristemente trascorso, perché impegnare una parte delle già magre risorse economiche della Pro Loco nell’allestimento di una gigantografia raffigurante un aspetto del paesaggio dei tempi andati? L’operazione è banalmente finalizzata a fissare un riferimento temporale certo del mutamento paesaggistico sopraggiunto. Il ragguaglio è rappresentato dall’anno dello scatto, impresso sull’immagine della veduta di allora, cosicché la simultanea visione del ‘passato’ e del ‘presente’ renda il cambiamento prontamente manifesto all’osservatore.

L’obiettivo della Pro Loco non vuole essere la rimembranza del mai esistito “bel tempo che fu”, ma la semplice testimonianza dell’impatto esercitato dalla piccola popolazione sui boschi di prossimità (impronta ecologica parziale? [Sito 1]), evidentemente marcato per lungo tempo. Poi, insieme all’emigrazione arrivarono la corrente elettrica, le bombole del gas, le prime automobili e l’asfalto sulle strade principali. Il saccheggio si spostò altrove e lentamente ma inesorabilmente la vegetazione cominciò a riconquistare il suo spazio.

Nello specifico, quindi, «Il bosco che avanza» è un andamento da accogliere positivamente? Se per alcuni aspetti lo è senz’altro [1], per altri direi proprio di no. Infatti, esaminata a livello globale, la dinamica d’insieme alla quale sono sottoposte le superfici forestali non raccoglie un giudizio univoco e unanime: se in alcune aree il bosco avanza in seguito all’abbandono delle aree marginali, in altre arretra per gli effetti dell’antropizzazione (agricoltura, zootecnia, infrastrutture, ecc.). Il fattore umano è comunque decisivo sul trend in atto, ed è prevedibile che perduri per lo meno finché Homo sapiens sapiens continuerà ad essere la specie largamente dominante e impattante sull’ecosfera (per nostre inconfessate colpa e fortuna! Sfido chiunque a voler tornare alle condizioni di vita che si sono susseguite dalle origini della specie all’insorgere dell’era industriale), atteggiamento che ha fatto coniare il neologismo “Antropocene” (Sito 4).

Non ci sono quindi altri obiettivi sostenibili ed equilibrati da ipotizzare, studiare, proporre? Almeno uno esiste certamente, è di carattere complessivo, scaturisce dall’analisi di un aspetto del contesto generale ed è fondato sull’inconfutabile evidenza che su questo fragile pianeta siamo in troppi (Penfound 1968: 56-62; Pimentel 2012: 151-152) e malamente distribuiti. 

Per risolvere la questione della sovrabbondanza, sarebbe utile e urgente ripudiare la benedizione biblica «Andate e moltiplicatevi» e adottare l’opposta filosofia laica «Siete al limite, o forse lo avete già superato, andate e riducetevi». Però, chi ha il coraggio di proporlo? I vincoli macroeconomici in essere sono molti e folli, ma ormai consolidati: cosa accadrebbe al ‘mercato’, alla ‘crescita’ e al ‘PIL’, che secondo la concezione corrente devono incrementarsi costantemente senza invertire mai la tendenza?

In realtà, se si abbandonassero tali ‘dogmi’ imperanti, sarebbe assolutamente possibile individuare una nuova strategia razionale da perseguire, e non potrebbe che basarsi su un postulato indubbio: se le risorse del pianeta sono finite la crescita non può essere infinita!

A tal proposito voglio proporre uno spunto di riflessione: cosa accadrebbe se, del tutto legittimamente, i popoli dei così detti Terzo e Quarto mondo (Sito 6) rivendicassero il nostro tenore di vita, o addirittura quello delle comunità maggiormente avanzate? Un cataclisma di proporzione epocale, perché ogni forma di risorsa disponibile (offerta) sarebbe drammaticamente insufficiente a soddisfare la nuova mole di bisogni (domanda).

Pertanto, se viste nell’ottica rivoluzionaria della contrazione numerica, le piccole comunità ormai prossime all’estinzione sono all’avanguardia? Direi proprio di no, è loro intenzione crescere e continuare ad esserci, forse non a torto.

Nell’ottica di tale auspicio che viene dal basso e ripudiando la visione antropocentrica, si provi a immaginare un qualunque magnifico paesaggio senza l’uomo che lo ammiri, che ne goda e lo custodisca; l’esistenza del paesaggio stesso avrebbe un’accezione nuova e inesplorata.

Applicando tale approccio alla gigantografia in questione, si provi a vagheggiare l’immagine del 1967 senza Filippa alla finestra e Teresina sulla strada, mentre ozia e con l’altra conversa riparandosi gli occhi dal sole che la infastidisce, perché ormai alto sul Monte Velino, a oriente del paese. Si provi a immaginare lo stesso scatto privo anche di quei pochi altri ma evidenti segni di vita.

Per averne un assaggio è sufficiente spostare lo sguardo sulla parte sinistra della figura 1, dov’è riprodotta la situazione attuale: Teresina non c’è più, le finestre di Filippa sono ormai quasi perennemente chiuse, e ‘il bosco avanza’. Il tutto può essere letto come una sorta di contrappasso del doppio problema globale: la colpa è rappresentata dal genere umano esageratamente sovrabbondante (Parfit 1986: 145-164), malamente, inquietantemente e tristemente concentrato nei sobborghi delle città e delle megalopoli (Jaber 2020: 1-14), dove il livello di naturalità si riduce drasticamente; mentre altrove, come qui a Fiamignano, la pena è data dallo spopolamento, metaforicamente contrassegnato dallo slogan «Il bosco che avanza».

Il problema è aperto e l’attesa è concentrata sull’auspicato «‘invertire lo sguardo’ dalle città alle zone interne» (Clemente 2019). Intanto il paese ancora per un po’ resiste, con le sue molte case sottoutilizzate e quelle ormai abbandonate, vagheggiando la ridistribuzione dei cittadini e lo sciame dalle metropoli, resta in attesa del ritorno che non ci sarà.

Note
[1] «[…] il giorno in cui la Terra esaurisce le risorse naturali previste per tutto il 2021, cade il 29 luglio, rispetto al 22 agosto dell’anno [2020], che era stato posticipato a causa della pandemia. Nel 1970, per esempio, la giornata era caduta il 29 dicembre. E dunque il Pianeta, come sta accadendo appunto negli ultimi decenni, [dal 30 dicembre] va in credito sulle risorse dell’anno successivo dimostrando che lo sta sovrasfruttando. […] Fra le cause principali ci sono l’aumento dell’impronta ecologica (che calcola quante e quali risorse consuma ciascuno) e la deforestazione» (Sito 2). Per il 2022 l’Overshoot day italiano è stimato al 15 maggio (Sito 3). 
Riferimenti bibliografici 
D. Parfit, Overpopulation and the Quality of Life, «Applied Ethics», 1986.
D. Pimentel, World overpopulation, «Environment, Development and Sustainability», 14(2), 2012: 151-152.
S. M. Jaber, Is there a relationship between human population distribution and land surface temperature? Global perspective in areas with different climatic classifications, «Remote Sensing Applications Society and Environment» 20, 2020. DOI:10.1016/j.rsase.2020.100435
P. Clemente, Invertire lo sguardo, «Dialoghi Mediterranei», 36, 2019.
W. T. Penfound, The Problems of Overpopulation, «Bios 39», n. 2, 1968: 56-62. http://www.jstor.org/stable/4606831
Sitografia
Sito 1. https://www.footprintnetwork.org/
Sito 2. https://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/natura/2021/07/28/domani-earth-overshoot-day-finite-le-risorse-naturali-2021_e109d9bc-2580-4f44-8b96-eecae5e5dd4c.html
Sito 3. https://www.overshootday.org/newsroom/country-overshoot-days/
Sito 4. https://www.treccani.it/enciclopedia/antropocene_(Lessico-del-XXI-Secolo)/
Sito 5. Universidade de Coimbra: https://altageografia.weebly.com/uploads/1/1/9/3/119304490/pt_00.pdf
Sito 6. https://www.docenti.unina.it/webdocenti-be/allegati/materiale-didattico/238416

I distretti sociali portano il progresso nel mondo dei vinti

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Articolo tratto dalla rubrica Microcosmi – Il Sole24Ore del 3 Maggio 2022

di Aldo Bonomi

«Ha ancora senso – e quale mai – parlare di progresso?». Si chiede Aldo Schiavone nel suo libro Progresso. Domanda che rimanda al mio collocare la crisi dei distretti economici dopo la pandemia, in scenari di globalizzazione a pezzi, con la crisi ecologica che avanza.

Da qui il mio ipotizzare il fare distretto sociale come un metterci al riparo dai lupi dell’ipermodernità che fa paura e induce sfiducia nel progresso: pandemia-guerra-antropocene. In questo contesto storico-materiale ai nostri distretti economici non basta a darsi speranza, indicare come futuro l’epoca del tecnocene e del digitale che avanza per fare community con il Pnrr. Occorre guardare anche al come ricostruire fiducia e comunità locali fatte da vite minuscole che con le loro virtù civiche messe al lavoro, s’interrogano sul senso del camminare verso il progresso. Da qui il distretto sociale come spazio collettivo di riflessione dentro e non contro l’ipermodernità che avanza per continuare a cercare e continuare a capire

Mi sono ritrovato a usare l’immagine dei lupi perché reduce da una visita a una comunità in itinere che delinea tracce di distretto sociale a Paraloup, sulle tracce del «mondo dei vinti» raccontato da Nuto Revelli. Qui la fondazione a lui titolata sta rivitalizzando le rovine di un insediamento nelle terre alte che la civiltà contadina aveva eretto per “parare dai lupi” il paese giù in basso, divenuto e ricordato come presidio partigiano durante la resistenza per sfuggire e contrastare i lupi che stavano a valle.

Può sembrare un ennesimo guardare indietro a un non più di rovine ma, sarà bene ricordare, che, senza storia delle lunghe derive degli usi e della civiltà materiale dei luoghi, i distretti sociali, ma anche quelli economici, non hanno radici. Anzi sono a rischio di diventare musei di un passato solo da ricordare non da scagliare dentro la metamorfosi che attraversiamo.

Esemplare in questo rovesciamento e uso critico della memoria è il piccolo museo di Paraloup fatto dai racconti delle vite minuscole che con il lavoro di conricerca di Nuto Revelli hanno fatto condensa dei salti d’epoca: dalla vita agra su in alto a pararsi dai lupi, al migrare in Francia, alle due guerre mondiali a fare gli alpini con tanti nomi da ricordare, alla Resistenza, sino all’altro ieri del franare a valle nel fordismo del mondo dei vinti alla Michelin o alla Fiat, con il tema che scava nelle differenze di genere «dell’anello forte» dove prende voce l’altra metà del cielo.

Senza queste storie «di questa terra della malora», lo dico ai cultori dei distretti economici, non ci sarebbe da fare storytelling né marketing di territorio del terzo Piemonte dei distretti manifatturieri, dei distretti enogastronomici delle colline delle Langhe Patrimonio Unesco. Come scriveva Pavese «resta sempre lassù il paese».

La riscoperta dei borghi e dei paesi abbandonati non è solo marketing turistico e smart working ecologico per pochi. Come ci insegna l’antropologa Tarpino «il ritorno va imparato» e a Paraloup hanno imparato la “restanza”. Partendo da interventi leggeri sui ruderi con politiche di alleanze sociali per trovare risorse nelle fondazioni di Cuneo e di Torino hanno ricostruito il borgo. Poi partendo dai saperi contestuali della memoria del mondo dei vinti di Nuto Revelli contaminata con i saperi formali a rete lunga, hanno cercato risorse per i ritornanti nei bandi europei come Interreg e Gal. Pare ce l’abbiano fatta. La restanza tiene se, come ci insegna Vito Teti, non è nostalgia rancorosa del non più, ma il tener dentro l’altrove del non ancora…

Un distretto sociale si caratterizza per incorporare nuove forme di convivenza e tracce di comunità non solo per ricostruire memoria delle virtù civiche, ma partendo dalla coscienza di luogo per guardare e mettersi dentro l’altrove del non ancora che viene avanti. Partendo dalle tematiche di genere dell’”anello forte” si fa conricerca e studio con le donne in montagna oggi, si fa rete con Mercalli sulla crisi ecologica e i suoi tempi maledetti, si cercano alleanze con i tanti piccoli comuni prossimi e lontani devastati dall’abbandono confrontandosi con il rancore di quelli che si sentono vinti e abbandonati e relegati nelle aree interne.

Se si abbassa lo sguardo dalla montagna di Paraloup, seguendo il mondo dei vinti di allora si vedrà Ivrea e il capitalismo dolce di Olivetti, quello hard della Fiat di Valletta e anche i vuoti e i buchi neri del disagio metropolitano che produce fuga dalla città e «vite di scarto del progresso» di cui si occupano distretti sociali urbani con cui collegarsi.

Guardando anche ai distretti economici proliferanti e in cambiamento giù a valle si capirà che anche loro sono in metamorfosi nella crisi di senso e di reddito e si vedrà Carlin Petrini che da anni predica e pratica un’altra agricoltura e poi anche la Ferrero di quel made in Italy delle eccellenze in metamorfosi nella crisi. Per questo servono distretti sociali adeguati ai tempi che vengono avanti. Cercando di rispondere tutti assieme se «ha ancora senso – e quale mai – parlare di progresso?».

Felici & Conflenti

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Felici & Conflenti si occupa di ricercare e trasmettere la cultura coreutica e musicale della Calabria tirrenica centrale. L’associazione organizza eventi residenziali in cui appassionati e ammiratori delle tradizioni musicali Calabresi incontrano musicisti e danzatori di tradizione. Le attività dell’associazione culminano nel grande evento estivo che si svolge ogni anno nell’ultima settimana di luglio. Felici & Conflenti supporta ed implementa principi di turismo culturale responsabile attraverso il coinvolgimento degli abitanti della zona e di agricoltura biologica a conduzione familiare. Focalizzato sulla convivialità e la trasmissione orale, il progetto è rigenerato e trasformato costantemente secondo i bisogni della comunità.

Il territorio del Reventino è caratterizzato da una cultura musicale omogenea, nel repertorio e negli strumenti: storicamente, braccianti e pastori scendevano in piazza con organetti e zampogne in occasione di feste religiose e secolari.
Conflenti, grazie all’importante pellegrinaggio della Madonna di Visora, si è caratterizzato come centro di diffusione della musica per l’area: l’evento religioso infatti attraeva tutta la comunità del  raggio di 20/30 km e, in quell’occasione, i musicisti suonavano insieme scambiandosi saperi e repertori.
A seguito del boom economico degli anni ’60 però, oltre al forte spopolamento che ha interessato l’area, si è assistito a un graduale rifiuto della cultura popolare che ha portato all’allontanamento di intere generazioni dalle tradizioni musicali tipiche dell’area.

L’associazione Felici & Conflenti, che nasce da un’idea di Alessio Bressi e Antonella Stranges e oggi conta 52 soci, mira la riscoperta e alla valorizzazione della cultura musicale e coreutica dell’area del Reventino promuovendo attività di ricerca, condivisione dei saperi e creando occasioni di incontro con e tra il territorio.

Dal 2014, organizza ogni anno una grande festa di comunità con seminari, workshop e attività di turismo esperienziale. Questa iniziativa è momento di incontro tra danzatori, musicisti, ricercatori provenienti da tutta Europa con gli abitanti e i portatori della tradizione locale, nel contesto di un sistema di trasmissione orizzontale dei saperi in cui oralità e condivisione hanno un ruolo fondamentale.

Grazie al lavoro dell’associazione si sta assistendo a un cambio di percezione e ad un graduale riavvicinamento alla cultura tradizionale locale, soprattutto da parte di giovani abitanti, che porta alla ritessitura di legami intergenerazionali per la trasmissione di saperi e ad una rinnovata partecipazione musicale spontanea ad eventi e feste.
Felici & Conflenti sta inoltre sviluppando nuovi progetti di rete con diverse realtà presenti nell’area per valorizzare ulteriormente le tradizioni locali e contribuire allo sviluppo economico e sociale dell’intero Reventino.

Conflenti (CZ)
Associazione Felici&Conflenti
www.felicieconflenti.it

La casa a 1 euro

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Articolo tratto da doppiozero.com, 21 Maggio 2021

di Domenico Cersosimo e Vito Teti

All’incirca trenta anni fa, quando lo spopolamento dei paesi interni italiani emergeva in tutta la sua gravità, qualcuno – magari mosso da buone intenzioni – lanciò lo slogan “un paese in vendita”: alienare, ad un costo simbolico, interi aggregati urbani disabitati a forestieri, artisti, turisti che volevano trasferirsi da città e metropoli in piccoli centri in abbandono, dove la vita sarebbe stata – secondo una visione neoromantica – più semplice, lenta, autentica, a dimensione umana.

“Un paese in vendita” ci sembrava una formula ingenerosa, inefficace, irrispettosa del paese che si sarebbe dovuto “salvare” o “ripopolare”. Un paese infatti non è un’accozzaglia casuale di abitazioni, una sommatoria informe, fredda, di manufatti senza un filo che li connette; al contrario, un paese è un artefatto complesso di architetture, di strade, vicoli, case; una trama di memorie, relazioni, vissuti e pratiche sociali interrelate; un luogo antropologico per eccellenza, con una sua dimensione orizzontale e verticale, dove gli abitanti convivono con defunti, santi, lapidi.

A distanza di decenni, a desertificazione demografica delle aree interne ormai avvenuta, con centinaia di paesi vuoti e spopolati, qualcun altro, nella speranza di attrarre residenti, propone la vendita “a un euro” delle case malmesse e fatiscenti abbandonate da tempo dai proprietari. Un’idea, anche questa, devastante perché capovolge la concezione del costruire e dell’abitare, che isola la casa dal resto, dal contesto, dal campanile, dalla piazza, dal cimitero, dalla chiesa, dalla farmacia, dall’orto. Una casa non sta in mezzo al nulla, come l’abitazione-roulotte della famiglia Yi nel film Minari di Lee Isaac Chung in proiezione in questi giorni nei cinema riaperti. Nel paese, lo spazio abitato, vissuto, frequentato, era un tutt’uno senza fratture. Si apparteneva allo stesso modo ad una casa, a una terra, a una località, a una parrocchia, a una contrada, a un acquedotto. Quando la casa si svuotava era la fine di tutto. Anche per questo, la paura che la casa potesse crollare, scomparire, essere travolta – a seguito di devastanti terremoti, di alluvioni e frane periodiche – accompagnava l’intera vita dei “paesani”, spiegando anche il tratto d’incompiutezza, provvisorietà e precarietà che spesso connotava le loro case. Le case di paese quasi mai sono costruzioni banali, seriali. Ogni casa ha una sua personalità, un carattere distintivo, una somiglianza spiccata con il contesto e con il suo proprietario, tanto più nei centri arroccati e appesi, veri e propri miracoli di equilibrio e di abilità costruttiva, frutto di genialità, di storie ripetute di abbandoni e di ricostruzione. 

Dalla fine dell’Ottocento, per poter costruire una casa decente, abitabile, dignitosa, con almeno due stanze e il bagno, i contadini e i braccianti emigravano. E nel caso in cui ritornavano, costruivano tipologie di case con risonanze “americane”, “svizzere”, “canadesi”, rimodellando il paesaggio urbano, la morfologia del paese, l’organizzazione dello spazio. La casa diventa così un segno di distinzione e di affermazione sociale anche per i poveri.

Vendere la casa “a un euro” significa dimenticare tutta la storia del costruire e dell’abitare, umiliare il lavoro “morto” cristallizzato nelle mura e nei pavimenti, i sacrifici dei tanti che per la casa sono andati all’estero, subito privazioni materiali e sentimentali per decenni lontani dalle famiglie e dalle comunità di origine. Vendere una casa “a un euro” è sotto il profilo simbolico svendere memoria comunitaria, svalorizzare il costrutto familiare e sociale incorporato in ogni singola casa, svalutare le case dei “restanti”, dei residenti che hanno continuato a vivere nel paese, a curare e manutenere le loro abitazioni e il vicolo, gli infissi e gli alberi, le facciate e gli affetti, il tetto e le relazioni di vicinato. Vendere una casa “a un euro” sembra uno slogan rivolto più alla vita degli immobili che a quella delle persone, più ad attivare micro-circuiti edilizi che a riabitare, più a vagheggiare fughe-singhiozzo da città invivibili che a costruire nuovi legami comunitari. D’altro canto, nella maggior parte dei paesi, le case vuote e abbandonate, pur avendo già costi risibili, non trovano “domanda”, a testimonianza che la soluzione di mercato è del tutto fallimentare.

I paesi non si ripopolano con gli slogan, con proposte estemporanee e apparentemente accattivanti, semplificanti. Non basta ristrutturare qualche casa per invertire dinamiche di infragilimento umano e di rarefazione dei servizi di prossimità spesso oltre la soglia dell’irrimediabilità. Le soluzioni “facili” aiutano poco mentre oscurano la complessità del riabitare possibile dei paesi. Riabitare significa ricostruire comunità, creare le condizioni essenziali per consentire di rimanere a chi vuol restare, di favorire il ritorno di chi vuole tornare, di accogliere chi ha maturato piani la vita da paese. Ristrutturare e recuperare immobili è solo un tassello della rigenerazione. Senza un’offerta adeguata di servizi di cittadinanza essenziali – la scuola, la farmacia, i trasporti locali, la connessione a internet, un presidio sanitario di prossimità – il ritorno in “vita” di qualche casa non sarà sufficiente per consentire una vita dignitosa ai residenti e a contrastare il declino. Il possibile ripopolamento presuppone progetti e cura molecolari, luogo per luogo, paese per paese, di persone e immobili, di case e servizi, di bambini e asili, di manufatti e lavoro “vivo”, di nuove abitazioni e nuove giovani coppie, di spazi pubblici e botteghe. C’è bisogno di altre visioni, di ribaltare gli sguardi, di un vigoroso impegno civile, di politiche pubbliche radicali per l’epoca nuova insorgente. Guardare il resto dai luoghi marginalizzati e lottare perché i paesi in abbandono diventino una formidabile occasione per accogliere immigrati e per riabitare, come ammonisce Roberto Saviano, “un Paese demograficamente morto come l’Italia”.

Abitare il territorio al tempo del Covid

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Il numero speciale di Scienze del Territorio a cura di Anna Marson e Antonella Tarpino

Scienze del Territorio dedica il numero a un’emergenza – sanitaria, sociale, ambientale – che segna anche l’emergere di nuovi e inesplorati modi di pensare, vivere, abitare il territorio. In conformità alla politica open access della Rivista, tutti i contenuti sono accessibili gratuitamente navigando a partire dalla home page del numero.