Vivere ai margini. I vuoti a perdere del paesaggio abbandonato.

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Antonella Tarpino

Dalla montagna alpina povera agli Appennini, alle zone interne l’Italia si scopre fortemente squilibrata. Tra aree che continuano a spopolarsi e periferie urbane cresciute a dismisura.


Il paesaggio in abbandono — dalla montagna alpina povera agli Appennini, alle zone interne — è particolarmente esteso in un Paese, l’Italia, fortemente squilibrato. Diviso com’è fra i “troppo vuoti” delle aree in spopolamento (più di seimila paesi sono del tutto spopolati e altrettanti contano meno di 5000 abitanti) e i “troppo pieni” delle periferie urbane cresciute a dismisura, nell’età dell’industrializzazione, e delle coste, oggetto di una incontinente speculazione. Un Paese che ha perso la sua forma, “spaesato” (a voler premere sulla s — oppositiva) se osservato nel disegno incoerente dei suoi insediamenti. Dove interi territori sono diventati per l’appunto vuoti a perdere, facendoci sentire, se incappiamo in qualcuno dei tanti borghi in disfacimento, spaesati, a nostra volta, disorientati, incapaci di collocare quelle visioni fantasmatiche nella nostra quotidianità.


E sono forse state proprio le macerie del presente, nel paesaggio urbano reso opaco nel corso degli anni proprio dai crescenti vuoti industriali e dalla loro spesso incerta riconversione, ad avermi fatto rivolgere uno sguardo nuovo sui tanti luoghi dell’abbandono relegati gradualmente ai margini dell’asse dello sviluppo. Ho alzato lo sguardo in alto verso le montagne, dove nell’epoca del boom intere comunità sono state trascinate in pianura a lavorare nelle fabbriche. E ora, che molte fabbriche, nel mondo postindustriale in cui viviamo, sono a loro volta abbandonate?
Uso un termine che ha a che fare con la vista, e non casualmente, perché il paesaggio è anzitutto sguardo e rivolgergli nuovi, mutati, sguardi significa puntarli, oltre la superficie, sulle sue forme segnate dal lavoro umano nel tempo: lì, dove sta il senso perduto di quei luoghi spopolati ma anche la speranza di un più lento, virtuoso, ricominciare. È allora che il paesaggio finisce per costituire, per le comunità che lo abitano, l’orizzonte entro il quale, per usare le parole del poeta Andrea Zanzotto, ci si «rende riconoscibili a se stessi»: è il venir meno di un linguaggio proprio infatti — così è successo per l’antica cultura della montagna — il farsi raccontare dagli altri, dallo sguardo dei turisti o degli investitori («il diventare invisibili a se stessi») la premessa dello spopolamento, dell’abbandono di intere aree.

Uno sguardo ancora denso di senso di quel paesaggio, come per Zanzotto, lo ritroviamo nelle parole di Pier Paolo Pasolini quando ricorda i muretti della sua infanzia («con la piccola porta ornata e l’archetto») che dividevano gli orti dai campi. E senza i quali — rifletteva — anche i palazzi più sontuosi o le cattedrali finivano sospese in un vuoto di incomprensibilità.
È vero allora che recuperare quello sguardo vuole dire cambiare prospettiva, rovesciare i parametri stessi per raccontare quel paesaggio, dando un nuovo significato alle parole che sono state usate per definirlo: margini, limiti, confini, senza dimenticare poli quali centro/periferia quando il centro nello spazio globale si è del tutto relativizzato. Si tratta, in sostanza, di rinunciare al lessico attardato di queste che io chiamo «geografie negative». E di far sì che parole come “limite”, da termine di origine militare (il “limes”) riscopra la sua natura di avvertimento, di superamento di una soglia — mutandosi da ostacolo in valore — fino a farci sentire responsabili della sopravvivenza di un pianeta minacciato da rischi ecologici e climatici. Perché se si vuole salvaguardare i luoghi dalla furia anonima dei flussi e dagli sconquassi del globale, che come un’onda di piena rischia di travolgerli, occorrerà quotare a valore un nuovo sentire.
Non ultimo anche la parola ritorno ai luoghi del margine e dell’abbandono (sempre più numerosi gli esempi, dalle borgate alpine, alle cascine nel cuore di Milano, ai borghi della Sardegna) ha a che fare con la «rivoluzione dello sguardo» perché il ritorno va inteso non come un movimento all’indietro semmai una sperimentazione in avanti. Il ritorno è allora il lavoro di uno sguardo non nostalgico, come mostra la stessa etimologia del termine, che viene, l’ho ripreso dal dizionario di De Mauro, da “girare il tornio” per contaminare saperi sperimentati nel tempo e nello spazio locale con innovazioni di ordine culturale e tecnico (è il caso, in particolare, delle Associazioni fondiarie in campo agropastorale). Un lavoro, questo è lo spirito del ritorno, non sul come eravamo ma su che cosa, tornando, vogliamo diventare.
Per queste ragioni ripensare al significato delle parole che usiamo per raccontare il paesaggio non è un gioco astratto ma una propedeutica essenziale ai processi di “ritorno” ai paesaggi dei margini perché senza esperienze di ripopolamento della montagna e del mondo rurale, gli stessi termini di cura e tutela del patrimonio paesaggistico (e anche artistico) finiscono col perdere di significato.
Riflessioni, queste, tanto più necessarie nel momento in cui si ragiona sui flussi innescati da Pnrr, occasione da non sprecare focalizzandosi solo sui grandi attori centrali (le aree metropolitane, le grandi opere, i centri di consumo di ambiente e di territorio) poco compatibili con l’idea di sostenibilità e, per l’appunto, di limite.

Articolo pubblicato da repubblica.it del 16 Febbraio 22