Ripensare il nostro modo di abitare: un urbanista in viaggio per le metropoli del mondo

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di Antonella Tarpino

Articolo pubblicato su huffingtonpost.it

Nel suo libro Urbanità. Un viaggio in quattordici città per scoprire l’urbanistica, Carlo Ratti si sposta tra Amsterdam e Barcellona, Parigi e Melbourne, Milano e Dubai, esplorando le trasformazioni e i percorsi sperimentali in atto alla luce di quelle che sono le questioni cruciali dell’urbanistica contemporanea.

Colpisce fin dal titolo il libro dell’urbanista Carlo Ratti (che è anche una testimonianza in soggettiva): Urbanità. Un viaggio in quattordici città per scoprire l’urbanistica appena uscito da Einaudi. Noi non-urbanisti siamo abituati, infatti, a considerare il termine urbanità, urbano, certo un po’ demodè, legato più alla cortesia che alla civiltà urbanizzata anche se a sua volta la stessa parola civiltà ha a che fare – me ne accorgo mentre scrivo – con la civitas. La città è vero è un archetipo troppo potente anche perché per sua natura assume dentro di sé molteplici significati, segnati fin dagli esordi da opposti radicali: movimento e staticità.

Citando proprio il Lewis Mumford di The City in History, Ratti riconduce questa tensione a fattori ancestrali che risalgono alla frattura originaria, nell’evoluzione della vita, tra i protozoi, capaci in genere di muoversi liberamente, che dan forma al regno animale, e gli organismi relativamente “sessili” che appartengono al regno vegetale. Non è un caso, per arrivare fino alla scala umana, che la città nella sua dimensione plurale sia per eccellenza luogo di scambi, spazio di condivisione e confronto fra idee diverse.

Fedele a questo principio Ratti si definisce lui stesso un soggetto «interlocale» (secondo l’espressione di Suketu Metha) votato a una poliamorosità urbana simile a quella che sta trasformando molte relazioni sociali. Alla domanda: «Dove vivi?», risponde, «Faccio il bucato a Boston, Torino, Londra, Singapore…»

Nel libro-viaggio interurbano (che è più di un viaggio, un’osservazione interna alle città, spesso cantieri per il suo lavoro) fra Amsterdam e Barcellona, Parigi e Dubai, Milano e Melbourne….Ratti esplora le trasformazioni e i percorsi sperimentali in atto alla luce di quelle che sono le questioni cruciali dell’urbanistica contemporanea. Come mettere a punto, per esempio, la conversione di un nuovo quartiere «smart»?

Caso Melbourne. Nei tardi anni Ottanta particolarmente problematica era la situazione del Cbd – racconta – il quartiere dedicato agli affari che occupa il cuore storico della città australiana, con la sua maglia di vicoli strettissimi, risalente alla pianificazione pre-automobilistica d’epoca vittoriana e ancor più per il fatto che le infrastrutture del quartiere erano attive soltanto per una fascia di tempo molto limitata, dal lunedí al venerdí in orario d’ufficio secondo i dogmi di rigida separazione delle funzioni urbane, eredità della pianificazione modernista. Cosa sarebbe successo se si fosse cambiato approccio? Su indicazione dell’architetto capo Rob Adams, forte dell’esperienza maturata a Città del Capo, nell’arco di qualche anno il quartiere cominciò a cambiare volto e a essere vissuto in ogni fascia oraria o giorno della settimana. Si contrastò poi l’idea di espandere ulteriormente il perimetro urbano con  quella di aumentare la densità dell’abitato lungo le reti di trasporto pubblico. Un caso significativo.

Trasporto. Come sperimentare nuove forme di mobilità leggera in centri così comgestionati come le nostre città? Amsterdam, quanto a mobilità con tecnologie senza guidatore, è un esempio pilota. Le tecnologie self-driving promettono in effetti di rendere piú labile la distinzione tra modalità di trasporto pubbliche e private, accentuando la tendenza alla condivisione. Il veicolo senza guidatore potrebbe portarci al lavoro la mattina e poi, invece di restare parcheggiato, dare un passaggio a un membro della famiglia, a un vicino, o a chiunque altro in città. Questo consentirebbe una riduzione complessiva del numero dei veicoli circolanti, e delle aree di parcheggio, con vantaggi in termini di efficienza e sostenibilità. O come nel caso di una città con più vie d’acqua che d’asfalto come proprio Amsterdam – spiega Ratti – la mobilità autonoma può essere anche non su ruote ma galleggiante. Parliamo di una flotta di barchette autonome, capaci non solo di trasportare merci e passeggeri, ma anche di svolgere compiti legati al monitoraggio della città, grazie a una rete di sensori montati su ciascuna imbarcazione.

Ma ancora: su quali direttive avviare un grande progetto di rigenerazione urbana e nello specifico come intervenire in un insediamento informale? Particolarmente interessante il caso di Medellìn in Colombia e delle sue favelas diroccate. Il sindaco  si propose ai primi anni 2000 non di abbatterle per far posto al nuovo ma di conservare rigorosamente il tessuto urbano delle favelas progettando alcuni piccoli «inserti», per rimuovere le parti non agibili, e creando nuovi spazi pubblici: una piazza, una biblioteca, un campo di calcio. Promuovendo inoltre la creazione di collegamenti con la città pianificata mediante seggiovie o cabinovie per far fronte alle asperità del terreno. Ma come usare le nuove tecnologie – è una delle numerose domande che Ratti pone – per trasformare le favelas? Come sviluppare un modello Rio de Janeiro a vent’anni di distanza dal modello Medellín? L’idea è la seguente: applicare la tecnologia della scansione 3D, usata sempre di più nel settore dell’urbanistica e delle costruzioni, per andare a realizzare la prima mappatura di precisione di Rocinha, la più grande baraccopoli del Paese. Un compito che, a fronte della complessità del tessuto urbano, diventa invece possibile col digitale e i sistemi Lidar: apparecchi elettronici che permettono di misurare in profondità il territorio. La mappatura di un quartiere informale rappresenta infatti – osserva – il primo passo per identificare i singoli edifici.  E invece che praticare la demolizione su scala massiccia, si può pensare a interventi puntuali: piccole «incisioni» che permettano all’aria e alla luce del sole di entrare tra le case, rendendo salubri abitazioni altrimenti eccessivamente affastellate una sull’altra.

Per quanto riguarda l’integrazione poi tra il mondo del naturale e quello dell’artificiale, così da proporre una riconciliazione tra due modi dell’abitare, si può dire che Milano è tra le città più sperimentali. Basta con la città che colonizza la campagna, come nel secolo passato, ora è la campagna che ritorna in città. Grazie alle nuove tecnologie è possibile oggi portare la natura dove prima non c’era. In Italia, uno dei primi progetti di verde verticale architettonico è stato a Milano il Café Trussardi in piazza della Scala (su progetto dello stesso studio di Carlo Ratti e Associati) con tanto di giardino idroponico sospeso e la teca di cristallo del dehors sormontata da arbusti e specie rampicanti. Di immediata visibilità è poi il Bosco Verticale di Stefano Boeri a nord della stazione di Porta Garibaldi, un’icona della Milano contemporanea. La coppia di edifici, spiega, è il frutto di ricerche che hanno consentito di riprodurre un ecosistema naturale sulla facciata di un grattacielo, risolvendo ad esempio i problemi statici legati alla piantumazione di alberi di alto fusto fino a oltre 100 metri dal suolo.

Edifici che coniugano architettura contemporanea e natura ma non solo nel cuore della città. Milano – ho scoperto da pochi anni – ha uno dei parchi agricoli più grandi d’Europa (e chi lo direbbe?) Nel Parco Sud ci sono oltre 1400 aziende agricole, la cui attività principale è l’allevamento di bovini e suini; la coltura più diffusa è quella dei cereali (43%), seguono il riso ed il prato; l’ambiente naturale è connotato dalla presenza di aree boscate (da Cusago a Corbetta) parchi (Idroscalo ma non solo) e oasi naturalistiche. Almeno una sessantina di cascine sono di proprietà comunale e molte stanno conoscendo una nuova vita, con interventi sperimentali, tecnologie verdi, spazi per la formazione agricola.

Nuove formule che ci portano a superare vecchi parametri, gli stessi centro e periferia, campagna e città, nella consapevolezza che consumo di suolo, traffico congestionato, inquinamento, impongono un ripensamento radicale del nostro abitare secondo la lezione densa di suggestioni dello stesso Ratti.

Ormea, una scommessa di ritorno

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Di Antonella Tarpino

Articolo pubblicato su volerelaluna.it

Nella premessa al suo libro Un’Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare? Fabio Balocco scrive che quando ripercorre la Val Tanaro da Ceva al Colle di Nava è attirato dalle indicazioni dei poveri borghi addossati «alla destra come alla sinistra orografica» e si immagina quanti abitanti ancora vi risiedano. Queste parole mi han fatto pensare a una riflessione di Nuto Revelli riportata nel suo Mondo dei vinti sommerso, perduto, quando descrive quei paesaggi divenuti incolti, finiti nell’abbandono: «Ormai il paesaggio lo leggo sempre e soltanto attraverso il filtro delle testimonianze. Sono le testimonianze che mi condizionano che mi impongono un confronto continuo tra il passato lontano e il presente. Attraverso quelle storie vedo il mosaico antico delle colture e dei colori anche dove è subentrato il gerbido, dove ha vinto la brughiera, vedo le borgate piene di gente e non in rovina, anche dove si è spenta la vita». Perché quei territori in abbandono li si riescono a leggere solo attraverso gli occhi di chi vi ha abitato, il disegno del lavoro impresso sui campi o sui sentieri dei pastori. Così è nel caso delle tante voci dei testimoni che Fabio Balocco raccoglie ad Ormea e nelle sue frazioni, uno dei Comuni che più hanno subito la piaga dello spopolamento.

Brevi cenni sulle sue origini perché non tutti sanno che il cuneese è stato a lungo area di saccheggio dei Saraceni insediati a Fraxinetum tra Provenza e Costa Azzurra. Tracce della loro presenza sono registrate fin dall’890 e rinvenute proprio nel territorio del Comune di Ormea nella torre del Castelletto (oggi rimangono solo le fondamenta) e nella caverna fortificata detta Balma del Messere a Cantarana, che infatti viene anche chiamata “Grotta dei Saraceni”. Solo a partire dal 1600 sorsero però le numerose frazioni di Ormea: fu da allora che gli abitanti si distribuirono lungo le pendici dei monti intorno al nucleo principale di fondovalle – racconta con dovizia l’autore – anche dove i declivi erano più impervi, grazie soprattutto a opere di terrazzamento in pietra a secco, come avveniva del resto nella confinante Liguria, arrivando anche ad altitudini di 1500-1600 metri sul livello del mare. Si formarono prima dei piccoli nuclei di poche abitazioni e poi vere e proprie frazioni: le famiglie richiedevano al vescovo di poter edificare la chiesa, il camposanto e di poter contare su un sacerdote per le funzioni religiose. Nel ‘700 a Ormea erano presenti 8 canonici, 22 preti celebranti e 5 chierici. Col tempo in quei piccoli centri abitati sorsero dei locali adiacenti la chiesa che potessero ospitare le lezioni per i bambini. E alla fine dell’800-inizio 900, la popolazione del Comune era distribuita equamente fra centro storico e frazioni. Secondo un percorso inverso certo è, invece, che lo spopolamento avviato nel secolo scorso riguardò quasi esclusivamente le frazioni di Ormea, non il capoluogo.

Ma veniamo alle testimonianze. Le condizioni della vita erano dure, unito anche al fatto della parcellizzazione dei terreni – racconta Giorgio Michelis – ognuno era proprietario di piccoli appezzamenti e anche sparpagliati: non c’era una grande proprietà che desse da vivere bene. Non tutte le frazioni erano proprio uguali. «Lo spopolamento di Chionea iniziò negli anni ’50 – ricorda un’altra testimone Odette Sappa –. La vita in montagna era dura, le famiglie avevano galline, qualche mucca e qualche capra, nei campi si coltivava grano e patate e nei boschi si raccoglievano le castagne che una volta secche si conservavano per un anno. La vendita di burro e uova veniva barattata con zucchero, sale e altri piccoli beni. Nei lunghi inverni, quando non si poteva lavorare nei campi, le persone più giovani andavano in Liguria o in Francia a raccogliere le olive o a tagliar legna sotto padrone, ma continuavano a risiedere in paese. Il grande esodo iniziò verso gli anni ‘60, quando le famiglie si spostarono per cercare lavoro in altri paesi. In particolare, in tanti si trasferirono a Monte Carlo per lavorare come spazzini». O alla Grascina (Aligi Michelis) quando «c’erano un tempo alcune persone che erano incaricate di venderne la carne, se era commestibile, alla comunità, e ognuno comprava la carne e pagava in base ai capi di bestiame che possedeva. Invece se moriva di malattia, la colletta veniva comunque fatta, ma ognuno pagava una quota inferiore. Questa operazione si chiamava appunto la “grascina”. Si era poveri, ma c’era un forte spirito di comunità. C’erano dei beni che venivano condivisi, tipo la stadera. E ogni abitante contribuiva a mantenere la mulattiera di accesso alla frazione o alla borgata. La “grascina” è terminata quando in una frazione rimasero solo più due famiglie. Era una specie di assicurazione o, meglio, un mutuo soccorso». Coi bambini che facevano i pastori fin da piccoli come Lidia Sappa che: «a otto anni andavo al pascolo dalla mattina alla sera. E c’era anche chi ci andava a quattro anni. Io mi portavo al pascolo delle fazze da mangiare e un pezzo di formaggio. Le fazze erano delle schiacciate fatte con farina, latte e bicarbonato di sodio come lievitante, che si cuocevano sul piano della stufa. Quando c’era la panna si aggiungeva all’impasto. Con questo pasto andavamo su fino quasi sul Pizzo d’Ormea su pascoli comunali. Per pascolare si pagava una tassa molto contenuta al Comune. Non avevamo il cane, come invece avevano altri. I temporali che mi sono presa lo so solo io. Un giorno tre della frazione vennero colpiti da un fulmine e si salvarono per miracolo. E c’erano alcuni che da Chionea salivano su fino quasi al Pizzo, verso le dieci mungevano, poi portavano giù il latte, risalivano dopo pranzo, mungevano di nuovo e scendevano alla sera».

Anche il paesaggio non è più lo stesso perché i tetti allora erano in paglia, in tutte le frazioni, salvo alcuni, pochissimi, che erano in “lose”. La paglia è stata usata (come in altre aree del Piemonte) fino a una cinquantina di anni fa. Ormea – va detto – come altre aree cadute in spopolamento è ai confini tra due regioni diverse, il Piemonte e la Liguria: ha una parlata tradizionale a sé, differente da quella dei paesi vicini, così come dal dialetto ligure e da quello piemontese. Gli studiosi della materia sostengono che derivi dalle parlate dell’ingauno (Albingaunum era l’antico nome di Albenga).  

E ora? Accentuato spopolamento, chiusura dell’attività industriale che la caratterizzava (la cartiera), fallimento dello sci di pista, rarefazione dei turisti, perdita dell’identità culturale, conclude Balocco: un quadro non certo confortante se si confronta Ormea con il passato che ha conosciuto. Cosa si fa oggi per rivitalizzare Ormea? L’autore lo chiede direttamente al sindaco, Giorgio Ferraris. «Abbiamo avuto un passato importante, a partire dalla fine dell’Ottocento, grazie alla costruzione della ferrovia, che ha consentito una facile e comoda accessibilità turistica quando i territori montani di gran parte delle valli alpine erano quasi inaccessibili e l’insediamento industriale della Cartiera, che è stata per quasi un secolo la fonte principale di occupazione per la nostra Comunità. Con queste opportunità, che si sono create più di un secolo fa, la progressiva marginalizzazione e l’abbandono delle attività agricole sui versanti montani sono stati più rapidi e precoci rispetto ad altre vallate. La crisi della Cartiera è stata una vicenda lunga e tormentata, dalla metà degli anni ‘70, quando aveva ancora più di quattrocento dipendenti oltre ad un indotto significativo, fino alla definitiva chiusura del 2007, quando vi erano ancora un’ottantina di occupati». Contestualmente – continua il sindaco – «abbiamo registrato un aumento notevole dell’età media dei nostri concittadini, perché molti giovani sono emigrati alla ricerca di opportunità di lavoro che la nostra zona non offre. Questo sia a causa del progressivo ridimensionamento e poi della chiusura della Cartiera, che per l’aumento della scolarità, che ha comportato la necessità per molti giovani di trasferirsi in aree dove esistono possibilità di collocazioni professionali adeguate e coerenti con i titoli di studio conseguiti, inesistenti, o limitatissime, sul nostro territorio. Sono cambiate le motivazioni, ma la diminuzione della popolazione residente, inevitabilmente, continua e non si registrano, al momento, inversioni di tendenza».

Tra le realtà però significative di Ormea da valorizzare è la Scuola Forestale con ricadute importanti sul territorio sia per gli stimoli culturali che dà al territorio sia per la rilevanza economica della presenza di un numero significativo di insegnanti e di studenti. Gran parte degli studenti provengono da località del Piemonte e della Liguria che, per le distanze, non sono raggiungibili quotidianamente e sono quindi costretti a risiedere a Ormea, dove molti vivono in affitto in alloggi privati e quelli delle prime classi nel convitto annesso alla Scuola, che può ospitare fino a 70 ragazzi. Oltre a rappresentare un indotto economico, la Scuola costituisce una struttura di eccellenza, unica nel suo indirizzo nel Nord Ovest, che ha collegamenti e interazioni sia con Scienze Forestali della Facoltà di Agraria dell’Università di Torino, sia con tutti gli enti che, a livello nazionale e regionale, hanno competenze e interessi nel settore forestale e più generalmente nell’economia dei territori montani. Sono state intraprese alcune iniziative per incentivare una crescita del settore, come la creazione di un consorzio e la realizzazione di un impianto cittadino di teleriscaldamento alimentato a cippato di legna.

Mi soffermo su questo punto a riprova del fatto che declinare la scommessa del Ritorno in montagna (o della Restanza che è la stessa cosa) con la parola scuola è decisivo. A Paraloup per esempio, la borgata alpina della Valle Stura che proprio la Fondazione intitolata a Nuto Revelli ha recuperato è stata accolta, su iniziativa della stessa Facoltà di Agraria di Torino la prima Scuola del Ritorno o meglio Scuola per i giovani agricoltori di montagna (Sgam) sotto la direzione del prof. Andrea Cavallero specializzato proprio in Scienze forestali. Scuola di Ritorno allora? Sì, perché tanto l’esodo dalla montagna a Ormea (come nelle vallate alpine cuneesi che ha toccato a partire dagli anni Cinquanta tassi di spopolamento superiori al 70%) è stato caotico, sgovernato, tanto i processi di Ritorno, ripopolamento, complessi, legati alla specificità dei singoli territori vanno governati. Imparare a ritornare o a restare (quando tutti i luoghi cambiano in continuazione, secondo l’antropologo Vito Teti) vuol dire anche ricostruire un tessuto sociale, riproporre quelle neocomunità tutte da costruire (nella definizione di un altro antropologo Pietro Clemente) perché sono il prodotto, a differenza che nel passato, di una scelta di vita consapevole. Per chi ritorna ma anche per chi resta. Difendere i territori dallo spopolamento e dall’abbandono vuol dire racquistare una coscienza di luogo (uso la felice espressione degli amici Territorialisti di Alberto Magnaghi) perché i luoghi non sono indifferenti.

Non è una scommessa semplice il Ritorno in montagna, chiamato, com’è a sanare una caduta anzitutto culturale: perché è proprio il venir meno di un linguaggio proprio, il farsi raccontare dagli altri – dallo sguardo ieri dei cartografi degli Stati-nazione (e da ciò che io chiamo le “geografie negative” dei margini, le frontiere, i confini) oggi dei turisti o degli investitori – la premessa dello spopolamento, dell’abbandono di intere comunità. È importante allora, come fa Fabio Balocco, reinterrogare il patrimonio territoriale che abbiamo ereditato perché nella nostra fase opaca, disorientata, priva di direzione, possiamo “riconoscerci”. Riconoscere i nostri territori, è l’impegno crescente di molti di noi, imparare a reinventare un futuro che neanche quello è rimasto in piedi, legato com’è a un’idea un progresso che ha scompensato e violato l’ambiente naturale, lo stesso disegno del Paese, schiacciato com’è tra i “troppo pieni” delle città e delle coste e i “troppo vuoti” delle montagne (appenniniche e alpine) e delle aree interne. Come Ormea, con le sue frazioni svuotate, sta a dimostrare.

Margine e risorsa

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di Silvia Passerini

Da tempi non sospetti l’Associazione Thara Rothas in collaborazione con la Rete del Ritorno si batte per evidenziare le risorse presenti nei territori marginali, circa il 60% dell’intero territorio nazionale. Seppur a rischio di desertificazione e con sostanziali problemi strutturali, come la mancanza di servizi e i rischi idrogeologici, i margini sono il luogo in cui più facilmente si rintracciano esperienze tra le più significative di nuovi stili di vita. Esperienze volte all’agricoltura consapevole e ad una produzione di valore che sa mettere al primo posto il rapporto uomo-natura costruendo nuove comunità che guardano al bene comune come una meta importante da raggiungere.

Guardare ai margini come potenziale di sviluppo innovativo è la visione reale che si pone davanti a noi, indipendentemente dalle forze che possono entrare in gioco. È un campo d’azione in cui è possibile portare la migliore esperienza, frutto di una rilettura coscienziosa e critica della più recente storia umana.

Le storie di chi torna sono storie di vite di tutti i giorni, di persone consapevoli che tentano di tramutare un bisogno collettivo, in realtà. Tutto ciò richiede impegno e costanza, determinazione e orgoglio, fatica e tanta forza di volontà.

Tornare è un po’ come resistere alle cecità del nostro tempo per sviluppare visioni futuribili per l’oggi e per chi verrà. Preservare per non estinguersi, ritrovare le antiche alleanze con il mondo naturale intercettando il concetto di memoria che interseca punti generazionali, apparentemente molto lontani, ma invece, mai così vicini come oggi.  Molte le nuove occupazioni che si lasciano ispirare dal passato per individuare oggi un connubio fra antico e nuovo, tradizione e innovazione tecnologica. Chi torna ai margini si occupa della cura della Terra, spinto dal desiderio di un cambiamento che inizia dalla propria vita per poi riflettersi sull’intera collettività.

Tornare alla terra consapevolmente e per scelta, è la più grande rivoluzione e innovazione dei nostri tempi.

Chi torna non pensa alla produzione industriale o alla grande distribuzione, anzi la nega nelle sue dinamiche e nei suoi obiettivi. Chi torna ama gli odori delle stagioni e gode dei colori che un ambiente, di nuovo selvatico, sa offrire. Chi produce con attenzione e consapevolezza, ama il suo lavoro e intende trasferire il valore che vi è in ciò che fa imparando a ricucire le relazioni e dar vita a nuove comunità, le stesse che dagli anni ’50 in poi hanno subìto una vasta polverizzazione.

Chi torna sa che necessita un’operazione lenta ma costante: aprire relazioni e condividere saperi. Costruire, o meglio ri-costruire le Comunità locali.

Sarebbe ingiusto definire tutto ciò nostalgico o romantico perché è un gesto che è carico di fatica, lucida e fortemente consapevole, quasi irrinunciabile. Forse è anche rappresentativa della ricerca di una pace generazionale che riconosce oggi il lavoro di nonni che, in tempi più lontani, furono costretti a rinunciare a depositare il loro sapere nelle mani dei più giovani, consegnando ogni cosa invece ad un tempo di oblìo.

Ecco forse questo è un modo per dire che non abbiamo dimenticato e che quegli strumenti, come quelle fatiche, non sono state vane, ma ancora insegnano, oggi che mani giovani sono tornate.

E a chi ieri diceva che alla terra sarebbero tornati i laureati oggi possiamo dire che aveva ragione, non a caso all’agricoltura e all’allevamento di qualità si avvicinano e sono protagonisti profili di persone con percorsi di studi universitari, dove si coniugano competenze culturali, tecnico-scientifiche ma anche informatiche.

Così si torna per scelta e cambiamento culturale, si torna per vivere meglio e star bene, proteggendo la propria salute e quella degli altri. Si torna usando ma mai consumando territorio, piuttosto bisogna essere in grado di restituire. Si torna per non essere consumatori di un mercato ma per essere utilizzatori consapevoli per un bisogno primordiale: vivere.

Insomma si torna per rispondere ai bisogni del nostro tempo disegnando linee libere dalle griglie del sistema. Trovare risposte è ciò che rende il ritorno protagonista del nostro tempo.

È strano a dirsi ma, dove esiste il problema e dove è più forte, lì c’è la soluzione più interessante, tutto il resto risulta quasi un surrogato, frutto di politiche e strategie dei sistemi centralizzati assai distanti dalla realtà.

Chi torna non fa troppo conto sui fondi pubblici bensì sul lavoro condiviso e di rete, utilizza lo scambio e l ’auto-produzione o il reciproco soccorso.

Anche l’abitare e il costruire spesso si basano sull’alleanza uomo-natura, si vedano le esperienze di auto-costruzioni in paglia e argilla ma anche di case in legno o pietra.

Forte è il senso di responsabilità delle proprie azioni, che porta a sentirsi protagonisti attivi del proprio tempo.

Riccardo, un giovane padre spiega il suo impegno nell’aver contribuito al miglioramento della collina in cui abita, eliminando un vecchio capannone con un tetto in Eternit per edificare una casa in auto-costruzione in argilla e paglia regalando così alla Comunità un paesaggio armonioso e sostenibile.

Francesco invece si preoccupa di manutenere il bosco e i campi della casa che gli è stata data, in uso gratuito, dal proprietario che non se ne faceva più nulla. Vive di frutti spontanei e del suo orto. Sperimenta nuove possibilità sostenibili come il vivere di sola energia solare e il riuso della lana, che oggi viene considerata rifiuto speciale. Francesco dice: «si può vivere usando poco e curando ciò che abbiamo di più prezioso».

Elena, alla morte della nonna pastore, capisce il valore dell’opera compiuta e decide di occuparsene lasciando le precedenti mansioni, apparentemente più redditizie. La sua soddisfazione è quella di non aver lasciato andare ciò che per sua nonna era stato vitale e quindi di aver tenuta viva la cultura della pastorizia e della nonna offrendo a lei una vita più naturale.

Fabio invece, per coltivare i suoi campi di montagna, pratica la trazione animale e sostiene che sia molto più economico che utilizzare il trattore e che solo così si può avere cura del proprio territorio, infatti solo camminando sulla terra la si può conoscere ed amare in ogni suo angolo e piegatura.

Giacomo coltiva prodotti orticoli e frutti antichi, pratica esclusivamente la vendita diretta per lui è l’unica modalità di commercializzazione perché nel suo lavoro ritiene che ci debba essere il trasferimento di conoscenza che può avvenire solo se, chi compra, si reca direttamente sul campo e comprende il lavoro svolto. Giacomo coltiva in biodinamica, come molti altri, non ha alcuna certificazione perché troppo costosa e non sempre garante, lui dice: «non c’è miglior certificazione che la conoscenza diretta del come viene prodotto».

Le attività sono spesso il frutto di una rilettura fra passato e presente; c’è chi fa cosmesi allevando asini, chi si occupa di erbe officinali, chi di prodotti caseari, artigianato misto fra tecnologia e antichi saperi, e altro ancora. Sanno evidenziare la natura del luogo utilizzando ciò che altri ritengono rifiuto.

In una recente ricerca condotta dall’Università Statale di Milano per la Regione Lombardia in merito ai nuovi imprenditori di montagna, cui ho contribuito, è emerso che chi si occupa della cura del territorio, del paesaggio e sperimenta nuovi stili di vita, non produce redditi importanti ma comunque riesce a produrre risorse economiche che consentono di accedere ai beni non direttamente prodotti. Non vi è ambizione di uno spietato business semplicemente perché non è l’obiettivo principale. Ciò che importa infatti è il cambiamento a cui si è chiamati a contribuire, ognuno nel suo ruolo e nel suo quotidiano, sottolineando la necessità di invertire il paradigma fin qui adottato.

Non sono il centro e le sue dinamiche a dominare la scena bensì il margine e le sue soluzioni.

È sempre più chiaro che curare il territorio ha un valore sociale e che questo è ciò che prima di tutto va riconosciuto. Produrre cibo facendo paesaggio significa tutelare il territorio.

I terreni agricoli biologici sono in gran aumento, FederBio OFOM dichiara che in Europa ci sono 15 milioni di ettari e 400 mila operatori impegnati. Ciò non significa che tutti siano corrispondenti alla narrazione appena fatta, ma certamente le lancette si stanno spostando e al di là delle ricerche, delle strategie centrali o qualsiasi dato scientifico rilevato, qualcosa, proprio nei territori marginali, sta succedendo, ma soprattutto qualcuno, senza attendere che altri facciano, sta già facendo. Nessuna strumentalizzazione però, ma riconoscimento e gratitudine per chi, sulla propria pelle, sta sperimentando un futuro possibile.

È a questo che l’Associazione Thara Rothas con il sostegno della Rete del Ritorno e della Fondazione Nuto Revelli, si è voluta dedicare, incontrando il favore e la comune visione di Ed.Terre di Mezzo. Insieme hanno dato vita, all’interno della manifestazione/Fiera “Fa la Cosa Giusta” – Milano (organizzata da Ed. Terre di Mezzo) ad un settore dedicato “Territori Resistenti” ove annualmente è diffusa una fitta programmazione culturale.

Un impegno utile che guarda a ciò di cui vi è bisogno più a ciò che fa tendenza.

Un impegno doveroso per chi, come noi, crede che sia giunto il momento di cambiare i paradigmi fra centro e margine.

Articolo pubblicato su Dialoghi Mediterranei, n. 39, settembre 2019

Un etnografo nel suo paese

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ANIME DI LUOGHI
di Vito Teti

Il testo qui pubblicato è la lectio magistralis tenuta durante il primo Convegno nazionale “Da borghi abbandonati a borghi ritrovati” – organizzato dall’Associazione ‘9cento a Pistoia nell’ottobre 2018 e insignito della “Medaglia del Presidente della Repubblica Italiana”.
Esso conserva, volutamente, i toni spontanei del parlato di fronte a un uditorio di amici studiosi e ricercatori.

Così Pietro Clemente nella sua Introduzione alla sessione in cui ero impegnato così precisava:

Questo incontro è cominciato già stamattina con una forte attenzione e anche con competenza delle Istituzioni sulle problematiche che noi stiamo discutendo in questi giorni. Questa sessione, seguendo il copione del convegno, ha come titolo questa domanda: “Da dove partiamo per arrivare fin qui?”. Il primo ciclo di interventi è dedicato all’abbandono dei centri minori ed è una sorta di introduzione. Ecco, questa introduzione è affidata soprattutto al primo intervento di Vito Teti che abbiamo chiamato “Lectio magistralis” perché in qualche modo Vito è un maestro dell’antropologia del restare, della restanza, termine che ha coniato Vito dall’interno del suo mondo perché Vito è uno che è restato, quindi vive a San Nicola Da Crissa, un piccolo paese della provincia di Vibo Valentia, e si muove nello spazio calabrese, dentro una storia di famiglia che lo porta ad aver avuto i genitori e i parenti in Canada, le storie dei ritorni, a vivere le estati con questo pieno di persone che vengono per le vacanze così come durante i periodi dei pellegrinaggi e poi vederli scomparire e così via. E poi, diciamo, è un antropologo dall’interno del mondo delle migrazioni e del restare. Al di là della fratellanza che accomuna gli antropologi non sempre e non tutti ma nel nostro caso sì, abbiamo incontrato Vito Teti all’interno di un progetto, quello dei Piccoli Paesi che è venuto dopo un altro progetto, quello chiamato la Rete del Ritorno, che nasceva dall’incontro fra la Fondazione Nuto Revelli con l’Università della Calabria e che era dedicata proprio al tema dei piccoli paesi e dello spopolamento. Ecco quindi che Vito per tutte queste ragioni e per i libri che ha scritto che sono ricchi di esperienza personale, di poesia, ma anche di riflessione teorica-antropologica era la persona più adatta per questa introduzione e gli siamo davvero grati anche perché, lasciando, per queste due giornate, difficili e profonde ragioni familiari che lo tengono legato molto al suo paese, ha accettato di aprire questo incontro

Clicca qui per scaricare l’intervento.

“La Restanza” di Vito Teti

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Antonella Tarpino

“La restanza” di Vito Teti (Einaudi 2022) spiega l’importanza di viaggiare da fermi, del senso di una scelta, inquieta, quella di continuare a vivere nei propri luoghi anche se divenuti invisibili, caduti ai margini.

Pochi come gli antropologi di oggi sanno parlarci dell’importanza di viaggiare da fermi, del senso di una scelta, inquieta, quella di continuare a vivere nei propri luoghi anche se divenuti invisibili, caduti ai margini (come è il caso di Vito Teti in La restanza, Einaudi 2022). Di raccontare, di spiegare ai rimasti e forse, prima di ogni cosa, al «se stesso rimasto» dissidi, e convinzioni. Così da trasformare il rapporto stesso dell’antropologo con l’“altrove” mediante un’opera di de-familiarizzazione del proprio contesto:

“Amo i miei luoghi e, a volte, odio restarvi e vorrei disseminarmi in tutti i luoghi del mondo – confessa Teti parafrasando la celebre frase di Lévi-Strauss – avverto spesso la frustrazione del restare per cambiare un mondo che non sembra voler cambiare, che anzi sembra scomparire e morire giorno dopo giorno ed ecco che mi accingo a raccontare il senso, il disagio, la bellezza, di vivere nel luogo da cui osservo il mondo”.

 Eppure il restare oggi, a fronte delle migrazioni infinite che ridisegnano il mondo, si configura non più come accettazione di un destino, ma come volontà, come scelta, quasi sempre lacerante, dolorosa. Chi resta, gli ultimi guardiani degli abitati in abbandono, mostrano a Teti antropologo, “in diaspora” con se stesso, il senso di un obbligo morale di non abbandonare il luogo natio, di non lasciarlo morire in solitudine, di vegliarlo, come si fa per una persona cara. Sapevano tutti di essere gli ultimi abitanti – racconta – ma in cuor loro speravano che qualcuno potesse tornare da fuori, o magari arrivare da un altrove, e con questa idea si impegnavano per lasciare segni, tracce, memorie a uso degli abitanti del futuro organizzando le loro case come tanti musei della memoria, come musei della restanza, quasi da quel piccolo tesoro discendesse davvero una possibilità futura per l’abitato.

Perché, è vero, noi siamo costitutivamente i luoghi in cui siamo nati, siamo i luoghi che abbiamo abitato; siamo i luoghi sognati e desiderati e siamo anche i luoghi da cui siamo fuggiti e che a volte abbiamo odiato, per urgenza d’esistere al di fuori e al di là del perimetro noto. Però – osserva in un passaggio cruciale – ogni luogo non è solo articolazione spaziale, ma anche dimensione della mente, organizzazione simbolica di tempo, memoria e oblio. Ecco che il luogo “antropologico” è tale in quanto abitato, umanizzato, riconosciuto, periodicamente rifondato, dalle persone che ne se ne sentono parte.

Così il termine stesso di Restanza negli ultimi anni ha conosciuto una notevole fortuna, tanto più con l’ambivalenza semantica e concettuale maturata, la fecondità dei contrasti. Il termine indica la scelta di restare vissuta non più come immobilismo e rinuncia, ma come un modo di opporsi allo svuotamento dei paesi, alle difficoltà delle aree interne, al vuoto delle montagne e, per tanti versi, al vuoto delle periferie controbilanciando la forza inerziale del fatalismo con la capacità di guardare e riconsiderare il passato secondo inedite prospettive di riscrittura del presente. Di guardare il centro dalla periferia, di ri-partire dai margini, dai luoghi apparentemente persi alla vita.

Perché oggi restare ha un segno del tutto diverso, e i paesi possono diventare luogo di una possibile futuro, forse più di altri luoghi finiti sotto il peso non delle rovine ma delle macerie (penso alle periferie delle metropoli industriali) ma ciò a condizione che siano immaginati in maniera nuova, che si affermino in quei vuoti modelli di sviluppo differenti, mutamenti di stile di vita, usi adeguati delle risorse, un rinnovato rispetto del territorio.

Si tratta di pratiche e scelte di vita tese a costruire  – continua Teti – una nuova polis, un nuovo modo di abitare e organizzare spazi, economie, relazioni. Occorrono pensieri nuovi e «opere che saranno necessarie sia per rilanciare il valore d’uso – culturale, ricreativo, turistico – di certi patrimoni pubblici e privati, sia per rendere possibili le economie dei soggetti che sceglieranno di frequentare, manutenere e rendere produttivi quei territori senza necessariamente risiedervi stabilmente. In altre parole, che sceglieranno di “riabitarli” in modo nuovo».

In primis  – e qui si riferisce al lavoro di Mimmo Cersosimo –  tornando a riconsiderare il welfare come un investimento, e liberandosi, al contrario, dalla trappola dei bisogni, instaurando comunità di apprendimento che vedano al centro un ripensamento del ruolo e delle funzioni socializzanti e di produzione di saperi. La cultura allora va intesa come diritto di cittadinanza, nel senso più esteso del termine, deve diventare motore di aggregazione civica per rigenerare le aree, dare nuovo valore d’uso agli spazi – siano essi baite abbandonate o interi borghi – che hanno perso tutto il loro valore commerciale, e produrre nuove opportunità di lavoro. Per riconsiderare i guasti delle disuguaglianze territoriali e sociali, per riequilibrare le infrastrutture della cittadinanza locale, per rilegare economia e società, bisogni e lavoro.

Rigenerare i paesi vuol dire fondare nuove Comunità. I paesi non si rigenerano con gli slogan. Non basta ristrutturare qualche casa per invertire dinamiche di infragilimento umano e di rarefazione dei servizi di prossimità spesso oltre la soglia dell’irrimediabilità. Riabitare significa ricostruire comunità, vale a dire creare le condizioni essenziali per consentire di rimanere a chi vuol restare, per favorire il ritorno di chi vuole tornare, per accogliere chi ha maturato la scelta della vita da paese.

Perfino chi resta – questo è l’ammonimento – non resta fino in fondo e fatica a comprenderlo. Se invece lo stesso ritorno è il paese da inventare, allora quel che resta è un universo mobile, dinamico, che può essere riscritto nella sua feconda inquietudine “mitica”. Serve ascoltarlo, riguardarlo, prendersene cura, nominarlo. 

Articolo pubblicato su huffingtonpost.it del 3 Maggio 2022

Vivere ai margini. I vuoti a perdere del paesaggio abbandonato.

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Antonella Tarpino

Dalla montagna alpina povera agli Appennini, alle zone interne l’Italia si scopre fortemente squilibrata. Tra aree che continuano a spopolarsi e periferie urbane cresciute a dismisura.


Il paesaggio in abbandono — dalla montagna alpina povera agli Appennini, alle zone interne — è particolarmente esteso in un Paese, l’Italia, fortemente squilibrato. Diviso com’è fra i “troppo vuoti” delle aree in spopolamento (più di seimila paesi sono del tutto spopolati e altrettanti contano meno di 5000 abitanti) e i “troppo pieni” delle periferie urbane cresciute a dismisura, nell’età dell’industrializzazione, e delle coste, oggetto di una incontinente speculazione. Un Paese che ha perso la sua forma, “spaesato” (a voler premere sulla s — oppositiva) se osservato nel disegno incoerente dei suoi insediamenti. Dove interi territori sono diventati per l’appunto vuoti a perdere, facendoci sentire, se incappiamo in qualcuno dei tanti borghi in disfacimento, spaesati, a nostra volta, disorientati, incapaci di collocare quelle visioni fantasmatiche nella nostra quotidianità.


E sono forse state proprio le macerie del presente, nel paesaggio urbano reso opaco nel corso degli anni proprio dai crescenti vuoti industriali e dalla loro spesso incerta riconversione, ad avermi fatto rivolgere uno sguardo nuovo sui tanti luoghi dell’abbandono relegati gradualmente ai margini dell’asse dello sviluppo. Ho alzato lo sguardo in alto verso le montagne, dove nell’epoca del boom intere comunità sono state trascinate in pianura a lavorare nelle fabbriche. E ora, che molte fabbriche, nel mondo postindustriale in cui viviamo, sono a loro volta abbandonate?
Uso un termine che ha a che fare con la vista, e non casualmente, perché il paesaggio è anzitutto sguardo e rivolgergli nuovi, mutati, sguardi significa puntarli, oltre la superficie, sulle sue forme segnate dal lavoro umano nel tempo: lì, dove sta il senso perduto di quei luoghi spopolati ma anche la speranza di un più lento, virtuoso, ricominciare. È allora che il paesaggio finisce per costituire, per le comunità che lo abitano, l’orizzonte entro il quale, per usare le parole del poeta Andrea Zanzotto, ci si «rende riconoscibili a se stessi»: è il venir meno di un linguaggio proprio infatti — così è successo per l’antica cultura della montagna — il farsi raccontare dagli altri, dallo sguardo dei turisti o degli investitori («il diventare invisibili a se stessi») la premessa dello spopolamento, dell’abbandono di intere aree.

Uno sguardo ancora denso di senso di quel paesaggio, come per Zanzotto, lo ritroviamo nelle parole di Pier Paolo Pasolini quando ricorda i muretti della sua infanzia («con la piccola porta ornata e l’archetto») che dividevano gli orti dai campi. E senza i quali — rifletteva — anche i palazzi più sontuosi o le cattedrali finivano sospese in un vuoto di incomprensibilità.
È vero allora che recuperare quello sguardo vuole dire cambiare prospettiva, rovesciare i parametri stessi per raccontare quel paesaggio, dando un nuovo significato alle parole che sono state usate per definirlo: margini, limiti, confini, senza dimenticare poli quali centro/periferia quando il centro nello spazio globale si è del tutto relativizzato. Si tratta, in sostanza, di rinunciare al lessico attardato di queste che io chiamo «geografie negative». E di far sì che parole come “limite”, da termine di origine militare (il “limes”) riscopra la sua natura di avvertimento, di superamento di una soglia — mutandosi da ostacolo in valore — fino a farci sentire responsabili della sopravvivenza di un pianeta minacciato da rischi ecologici e climatici. Perché se si vuole salvaguardare i luoghi dalla furia anonima dei flussi e dagli sconquassi del globale, che come un’onda di piena rischia di travolgerli, occorrerà quotare a valore un nuovo sentire.
Non ultimo anche la parola ritorno ai luoghi del margine e dell’abbandono (sempre più numerosi gli esempi, dalle borgate alpine, alle cascine nel cuore di Milano, ai borghi della Sardegna) ha a che fare con la «rivoluzione dello sguardo» perché il ritorno va inteso non come un movimento all’indietro semmai una sperimentazione in avanti. Il ritorno è allora il lavoro di uno sguardo non nostalgico, come mostra la stessa etimologia del termine, che viene, l’ho ripreso dal dizionario di De Mauro, da “girare il tornio” per contaminare saperi sperimentati nel tempo e nello spazio locale con innovazioni di ordine culturale e tecnico (è il caso, in particolare, delle Associazioni fondiarie in campo agropastorale). Un lavoro, questo è lo spirito del ritorno, non sul come eravamo ma su che cosa, tornando, vogliamo diventare.
Per queste ragioni ripensare al significato delle parole che usiamo per raccontare il paesaggio non è un gioco astratto ma una propedeutica essenziale ai processi di “ritorno” ai paesaggi dei margini perché senza esperienze di ripopolamento della montagna e del mondo rurale, gli stessi termini di cura e tutela del patrimonio paesaggistico (e anche artistico) finiscono col perdere di significato.
Riflessioni, queste, tanto più necessarie nel momento in cui si ragiona sui flussi innescati da Pnrr, occasione da non sprecare focalizzandosi solo sui grandi attori centrali (le aree metropolitane, le grandi opere, i centri di consumo di ambiente e di territorio) poco compatibili con l’idea di sostenibilità e, per l’appunto, di limite.

Articolo pubblicato da repubblica.it del 16 Febbraio 22

La sfida dei luoghi ai margini

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E’ proprio dai luoghi che ci pare provengano oggi segnali di vita, spezzoni di racconto, nuove e vecchie forme di Resistenze: i luoghi, spesso sfidati, abbandonati (come le borgate in rovina della montagna cuneese o i paesi della Calabria di cui ci occuperemo), i centri sfigurati dal sisma ma anche dalle ricostruzioni che la loro memoria spesso tradiscono (l’Aquila, l’Irpinia) minacciati (Val di Susa).

“oggi sono quei luoghi a sfidare noi”

I luoghi dunque: abbiamo capito che non ci sono indifferenti. Sono anzi occasioni per ripensare la nostra vita collettiva. Sono in fondo il banco di prova della politica del futuro, per il futuro come il Referendum ha mostrato. I luoghi sono i nostri “beni comuni, come l’acqua, l’ambiente da cui dipendono.
Oggi sono quei luoghi a sfidare noi: e lo fanno, non tanto dal cuore della storia d’Italia facendoci riconsiderare lo spazio geografico stesso da una nuova prospettiva. Quella rovesciata a partire dai margini (oggetto del dibattito che apre i nostri incontri). Dai margini (che siano la montagna spopolata del cuneese, della Valtellina o i paesi abbandonati della Calabria) perché quando il centro, il cuore dello sviluppo è investito dalle macerie, “lavora al contrario”, produce bolle e non risorse, lascia sul campo fabbriche in disuso (abbandonate) è importante cambiare il punto di osservazione, come quando si sbatte davanti a un muro. Cambiare direzione dello sguardo quando in macerie non sono solo gli edifici ma i sistemi di pensiero, le utopie che non funzionano più (la crescita illimitata, i soli sempre splendenti dell’avvenire).

Macerie mute, rovine ci parlano ancora. Ecco che invece, paradossalmente, se cambiano sguardo e parole per dirlo, le aree marginali, “leggere delle rovine”, fuori dal boato di ciò che implode, offrono oggi nuove occasioni. Spazi “di resistenza”.
Ecco che cosa è oggi la Resistenza, le resistenze: un modo diverso di vedere il mondo. E’ questo forse che le pietre, tenaci, persistenti, dei luoghi abbandonati ci mostrano. E’ questo che dell’esperienza del primo Festival del ritorno ai luoghi dell’abbandono (tenutosi a Paralup, nelle alpi cuneesi) vogliamo condividere.
Ecco dove sta il nucleo profondo del cambiamento: rioccupare i nostri luoghi di idee diverse ripensando i luoghi , di parole rovesciate sull’abitare e il lavorare, sulla montagna, sul nord e sul sud. Sulla memoria (che è un’operazione fortemente declinata al presente, una battaglia per consentire ancora alla memoria della Resistenza una presenza nello spazio pubblico). Ma anche sul senso di parole non unilaterali come comunità (ce lo spiegheranno gli amici dell’Irpinia) di identità (perché chi torna, anche con la mente, vede i luoghi con un occhio diverso, sguardi costruiti

Antonella Tarpino e Vito Teti