Che cosa significa Ritorno?

Il Ritorno va inteso – preliminarmente – non come un movimento all’Indietro ma anzitutto un’operazione mentale, culturale, sperimentale in Avanti a cui  è urgente educarsi (tanto più in epoca di dissesti ecologici, consumi di risorse e di suolo oltre la soglia del lecito). 

Il Ritorno è il lavoro di uno sguardo non nostalgico, come mostra la stessa etimologia del termine che viene, si veda il De Mauro, da “girare il tornio”. 

Votato a invertire la prospettiva tutta lineare  propria della Crescita, dello Sviluppo infinito (lineare è il contrario del movimento circolare del tornio) per contaminare saperi sperimentati nel tempo (e nello spazio locale) con nuove consapevolezze di ordine culturale e tecnico. 

Per qualificare il senso oggi dell’operazione del Ritorno mi affido al linguaggio un po’ eretico dell’antropologia dell’innovazione di Jean Pierre Olivier de Sardan: un’antropologia attenta alle continuità e insieme ai cambiamenti, alle rotture. 

E dove innovazione vuol dire apportare conoscenze nuove sia organizzare in modo diverso vecchie conoscenze (è il caso, in particolare, delle innovazioni in campo agropastorale e delle recenti formule di Ritorno ai terreni abbandonati) con la consapevolezza che il futuro è un’ibridazione fra culture che hanno a che fare non solo con saperi tecnici ma  con più complessivi processi di ordine sociale.

Rialfabetizzare il paesaggio  non è allora  un gioco astratto, né una pura filologia di ordine storico, ma una propedeutica essenziale ai processi di “ritorno” ai paesaggi fragili che, pur frammentari, sono tuttavia in atto: senza esperienze di ripopolamento della montagna e del paesaggio rurale caduto ai margini (numerosi sono i giovani agricoltori in campo) – gli stessi termini di cura e tutela del patrimonio paesaggistico oltre che artistico finiscono col perdere di significato.